Nell’ultima edizione della nostra pubblicazione «La riflessione della settimana» abbiamo mostrato che cose ritenute «impensabili» in passato si verificano oggi con una frequenza di gran lunga maggiore rispetto a qualche anno fa, e abbiamo spiegato che investitori e investitrici devono affrontare situazioni sfidanti a ripetizione. L’attuale conflitto in Medio Oriente e la chiusura dello Stretto di Hormuz rientrano in questa categoria. Chi avrebbe pensato qualche settimana fa, quando l’interesse dei mercati era ancora concentrato sulla decisione della Corte suprema statunitense in merito ai dazi sulle importazioni o sulla flessione dei produttori di software provocata dall’AI, che in così poco tempo avremmo potuto affrontare una nuova crisi energetica.

La possibile apertura dello Stretto di Hormuz rimane avvolta nell’incertezza e l’aumento del prezzo del petrolio suggerisce che i mercati si attendono ulteriori complicazioni e una limitazione prolungata dei flussi petroliferi dalla regione del Golfo. Il conflitto sta entrando nella quarta settimana e, nonostante le deviazioni attraverso oleodotti, l’offerta potrebbe subire ulteriori riduzioni a causa delle limitate capacità di stoccaggio. Le tensioni geopolitiche dovrebbero rimanere elevate. Rimane da vedere quanto tempo ci vorrà perché gli USA e i loro alleati riescano a far passare delle petroliere attraverso lo Stretto di Hormuz. Anche il previsto rilascio di 400 milioni di barili dalle riserve strategiche degli Stati dell’OCSE dovrebbe attutire solo una parte dell’impatto, perché le conseguenze sui mercati asiatici ed europei si intensificano e le raffinerie in Medio Oriente rallentano la loro produzione. In questo contesto è probabile un ulteriore aumento dei prezzi del petrolio, con una nuova previsione per il Brent a 90 dollari al barile a fine giugno. Se le perturbazioni dovessero perdurare, i prezzi potrebbero toccare picchi anche di gran lunga superiori a questa soglia, soprattutto se si intensificassero i timori per una penuria petrolifera.

Nonostante la situazione eccezionalmente sfidante, riteniamo che soprattutto gli investitori con un orientamento a lungo termine non dovrebbero lasciare che le attuali turbolenze geopolitiche li distraggano dal loro piano d’investimento. Appena pubblicato, il nostro Global Investment Returns Yearbook illustra anche quali sono i trend di performance a lungo termine che dovrebbero risultare decisivi per gli investitori svizzeri.

Innanzitutto, bisognerebbe sempre ricordare che le azioni sono state per lunghi periodi di tempo la classe di attivi con i rendimenti migliori. A lungo termine hanno fatto nettamente meglio delle obbligazioni e degli strumenti del mercato monetario. Questo corrobora anche in un’ottica svizzera la convinzione fondamentale secondo cui la costituzione di patrimonio passa innanzitutto attraverso il capitale produttivo e non attraverso la detenzione di valori nominali. I contanti rimangono senza dubbio importanti a fini di liquidità e sicurezza, ma a lungo termine costituiscono soprattutto un componente di stabilità e non di rendimento. Per gli investitori svizzeri, questo significa che le azioni dovrebbero essere la colonna portante della costituzione di patrimonio a lungo termine. Nonostante i valori attuali intorno allo zero, infatti, l’inflazione rimane comunque rilevante nel lungo periodo: a contare sono i rendimenti reali, non solo quelli nominali.

In secondo luogo, spesso i rendimenti non sono determinati in primo luogo dagli eventi geopolitici. Di solito è più importante la resilienza di paesi e regioni. I mercati, infatti, reagiscono agli shock geopolitici estremi ma normalmente nel lungo periodo sono i fattori economici a risultare più importanti delle notizie geopolitiche. Ne consegue che non tutte le crisi giustificano un frenetico riorientamento, ma l’allocazione regionale dovrebbe privilegiare paesi e mercati che sono più al riparo dalle turbolenze grazie a un’elevata stabilità istituzionale e a mercati con una struttura difensiva. Per finire, riteniamo che rimanga fondamentale avere il massimo livello possibile di diversificazione, soprattutto perché le correlazioni sono aumentate e distribuire i rischi è diventato più difficile.

In terzo luogo, gli investitori svizzeri dovrebbero rimanere consapevoli del ruolo del franco come «bene rifugio». La questione monetaria è particolarmente importante per loro, perché i rischi di cambio possono far aumentare le oscillazioni di quegli strumenti che vengono detenuti nel portafoglio principalmente a fini di stabilizzazione. Soprattutto per le quote difensive dei portafogli come le obbligazioni, i meccanismi dietro le evoluzioni a cui abbiamo assistito sembrano suggerire piuttosto che sia necessario incrementare la copertura dei rischi di cambio, perché il franco può essere visto soprattutto come ancora di stabilità nel contesto di un portafoglio.